Allovertechnique for Italians

“Italiani migliori di Berlusconi”. Marco Travaglio alla London Metropolitan Univeristy. – giugno 2011

Marco Travaglio. Foto: lucamengoni Flickr

Secondo il parere di alcuni esperti televisivi, le televisioni portano a Silvio Berlusconi il 5-6% dei suoi voti. Considerando che alle ultime elezioni politche il PdL ha preso il 37,4% e, in coalizione con la Lega,  ha raggiunto a mala pena il 47%,  significa che probabilmente senza televisioni non andrebbe tanto lontano.

“Senza televisioni, sarebbe in galera come tutti i suoi compagni che non sono sopravvissuti a Tangentopoli”. Durante il dibattito alla London Metropolitan University, Marco Travaglio non ha risparmiato colpi, come al solito, al Presidente del Consiglio.

Nel primo incontro organizzato dal Fatto Quotidiano a Londra, intitolato “Gli italiani sono migliori del loro primo ministro”, il giornalista ha condotto un interessante, acuto e spietato dialogo con la platea di italiani accorsa ad assistere.

Organizzato dagli studenti italiani dell’Università inglese, l’evento prendeva spunto dalla copertina dell’Economist che ha fatto il giro delle principali testate italiane la settimana scorsa: “L’uomo che ha fottuto un intero paese”, recitava il titolo in riferimento all’articolo principale. John Prideaux, l’autore, era anche lui presente alla discussione: “Sì, penso proprio che gli italiani siano migliori del loro primo ministro”, ha detto durante il suo intervento.

Ma Marco Travaglio sottolinea che non è scontato e che anzi da 17 anni a questa parte – ovvero per tutta la durata dell’era Berlusconi – si è diffusa l’idea che gli italiani non solo si meritino Berlusconi perché l’hanno eletto 3 volte su 5, ma che addirittura siano berlusconiani.

“Questa è assolutamente una bugia”, dice Travaglio, “Berlusconi non ha mai vinto con il 51% dei voti. Questo significa che solo una parte – e ristretta per giunta – degli italiani lo ha scelto. Il resto, una parte consistente della popolazione, se l’è ritrovato tra capo e collo. Il giorno che il PD lo scopre siamo a cavallo!”

Colpa anche dell’opposizione dice Travaglio, che siccome non è stata capace di costituire un’alternativa per il paese si è messa a inventare un poco credibile berlusconismo light di sinistra. E ha perso. Come al solito Travaglio non vede particolari differenze tra destra e sinistra e anzi auspica che “caduto Berlusconi, si porti dietro anche l’opposizione di sua maestà che gli fa da contraltare come in un castello di carte”.

In realtà, dice Travaglio fortemente appoggiato da Prideaux, l’Italia ha moltissimi problemi, legati spesso solo in parte a Berlusconi. Norme precise su legittimo impedimento, ineleggibilità e incompatibilità, un’opposizione degna di questo nome e una stampa altrettanto degna di questo nome sono le cose che mancano al paese perché possa definirsi una democrazia.

“La stampa italiana è una vergogna per chiunque si voglia chiamare giornalista. Eccome se le televisioni hanno fatto la storia del nostro paese negli ultimi vent’anni!” dice.

“La stampa ufficiale è tutta incastrata in una sorta di Truman Show: quello che c’è dentro lo spazio illuminato dalla televisione esiste, quello che è fuori no”.

Colpa anche di un’arretratezza ancora presente in Italia nell’uso della rete: la televisione è ancora nel nostro paese il mezzo principale di informazione e quello che si muove su Internet è ancora lontano dall’essere fonte primaria di notizia.

Tuttavia, molti analisti politici hanno evidenziato l’importanza giocata nell’ultima tornata elettorale da Facebook.

“Gli italiani si stanno organizzando”, ha detto Travaglio. “Molto di queste elezioni è stato giocato sulla rete. Berlusconi sulla rete non esiste. In una delle sue ultime sparate contro Anno Zero ha detto che aveva visto la puntata registrata in VHS. Vi rendete conto?”

Oltre a questo ordine di problemi, John Prideaux ha anche messo in guardia la platea dal problema economico. “L’Italia ha un grosso problema nel settore economico”, ha detto il giornalista dell’Economist. “Il vostro paese al momento sta fondamentalmente perdendo tempo e rischia di finire come la Grecia”.

Dopo il discorso di Travaglio la platea si animata in un dibattito vivace e partecipato che si è conclusa con la nota di speranza per cui “speriamo di poter tornare in un’Italia migliore”, come ha detto un ragazzo dal pubblico che si è visto rifiutare 200 domande di lavoro dopo un master in Inghilterra. “Sarà mica colpa della mia nazionalità?”, si è chiesto.

 

 

Ero di nuovo solo nel paese da cui ero scappato – 08 giugno 2011

Saeed Kamali Dehghan al Frontline Club. Foto: Gianluca Mezzofiore

questa intervista e’ precedentemente apparsa sulla rivista 404

Saeed Kamali Dehghan è un giornalista iraniano di 25 anni attualmente rifugiato a Londra. Dopo aver collaborato clandestinamente con il Guardian, Saeed ha dovuto lasciare il suo paese perché ricercato dai servizi segreti del regime di Ahmadinejad. Ora vive in Inghilterra, dove lavora per il quotidiano inglese e segue un corso in giornalismo internazionale alla City University. Nonostante il dissenso verso il proprio governo, ama talmente tanto il proprio paese da tornarci clandestino per girare un documentario su Neda Agha-Soltan, la ragazza uccisa il 20 giugno durante le proteste contro la rielezione di Muhmad Ahmadinejad. Questo lavoro è stato premiato dalla Foreign Press Association e Saeed è stato nominato miglior giornalista dall’anno. Parlando della sua esperienza, delinea i contorni di un Iran interessante, pronto per la democrazia e consapevole di se stesso.

Saeed, hai lavorato come giornalista in Iran per molto tempo. Qual è stata la tua esperienza con la censura?

La maggior parte dei giornali per cui ho lavorato in Iran oggi sono chiusi per via della censura. La censura nel mio paese esiste in tutto: nell’arte, nell’abbigliamento femminile, nei più banali comportamenti sociali. E, ovviamente, anche nella stampa. Da quando Ahmadinejad è salito al potere, poi, le condizioni per i giornalisti sono notevolmente peggiorate. Al momento l’Iran è a pari merito con la Cina in tema di libertà di stampa.
È molto difficile stabilire qual è la linea di demarcazione tra quello che è lecito e quello che non lo è secondo il canone stabilito dalla censura. Di sicuro non si deve mai criticare il governo, soprattutto durante le elezioni. È per questo le elezioni del 2009 hanno avuto un’evoluzione quasi rivoluzionaria, perché migliaia di iraniani sono scesi in piazza per protestare contro i brogli elettorali e contro il governo.

A un certo punto hai deciso che era troppo e hai contattato il Guardian. Come si sono evoluti i rapporti con loro fino allo scoppio delle proteste?

Ho iniziato a collaborare clandestinamente con il Guardian nel 2006, quando il giornale per cui lavoravo  era stato chiuso per ordine del governo. Ho sentito il bisogno di trovare una valvola di sfogo, qualcosa che servisse ad attrarre l’attenzione del mondo sull’Iran e sulla violazione dei diritti umani che si perpetra ogni giorno nel paese.
Le elezioni del 2009 erano di grande interesse internazionale e il regime aveva lasciato entrare moltissima stampa estera nel paese. Le selezioni dei candidati, secondo il sistema elettorale iraniano, si erano svolte regolarmente e apparentemente non c’era nessun motivo per il regime di temere una sommossa. Qualcosa però è andato storto nei piani del governo e gli iraniani sono scesi in piazza per sostenere il candidato dell’opposizione Mousavi.
I giorni precedenti le elezioni una folla simile a quella della rivoluzione del ’79 ha marciato per le vie di Teheran per sostenere un cambio di governo. La tensione è cresciuta e il governo ha iniziato ad espellere i giornalisti dal paese.
Nell’arco di una settimana non c’era più nessuno a riportare cosa stava succedendo in Iran. A quel punto è entrata in scena la nuova arma di protesta: Twitter.

Sì, ecco: i social network. Anche tu pensi abbiano avuto un ruolo decisivo e rivoluzionario nella protesta?

Il ruolo di Twitter è stato esagerato dalla stampa internazionale: non credo si possa parlare di Twitter revolution. Di certo però ha aiutato moltissimo.
L’Iran poteva contare già da prima su una larga comunità di blogger. Sul web ci sono più di un milione di blog iraniani, di cui il 10% è regolarmente attivo e il persiano è la decima lingua per presenza su Internet quando il governo ha espulso i corrispondenti stranieri, gli iraniani hanno iniziato a diffondere notizie via Twitter e questo ha straordinariamente permesso di far sapere in tempo reale al mondo quello che stava succedendo in Iran a porte chiuse.
Il caso più eclatante è stato il filmato della morte di Neda Agha-Soltan, 26 anni. Grazie alla diffusione del video fatto tramite smartphone da un anonimo, in poco tempo la scena della morte di questa ragazza era su Facebook, Youtube, Twitter, ma soprattutto nelle mani dei primi ministri e dei sovrani di tutto il mondo. Al  momento è il video di morte più guardato su Youtube, ed è molto impressionante perché lei muore in diretta.
Ciononostante, credo che non dovremmo esagerare il ruolo di Twitter: non tutti gli iraniani che protestavano in quei giorni lo facevano via Internet. Sono stati più che altro gli iraniani all’estero a diffondere le informazioni in rete. In ogni caso, è certo che grazie a Twitter e Facebook oggi il mondo sa bene che esiste una differenza tra popolo e governo iraniano. È già molto”.

Che cosa è successo dopo le elezioni ?

Dopo le elezioni ho potuto continuare a lavorare per il Guardian senza essere disturbato, perché il target principale del governo erano, al momento, i giornalisti internazionali. Ma avevo paura, certo. Ero costretto a cambiare casa di giorni in giorno, numero di telefono, avevo un ufficio segreto e non potevo fidarmi di nessuno. Non è stato facile, ma ho cercato di rimanere calmo il più possibile.
Dopo tre mesi però l’attenzione della stampa internazionale in Iran è calata, l’opposizione ha perso peso e non era più sicuro per me rimanere in Iran. La Polizia era sulle mie tracce e me ne dovevo andare.

Come tutti i regimi totalitari, anche l’Iran ha un sofisticato sistema di intelligence. Come ti prende la polizia iraniana?

È molto facile per loro. Hanno un sistema di spionaggio sofisticato e molto ramificato nel paese. Il metodo più utilizzato è quello di ascoltare le registrazioni sul cellulare. Il regime iraniano, inoltre, ha comprato un sistema di spionaggio dalla Nokia attraverso il quale riesce ad ascoltare le tue conversazione anche quando il telefono è spento.
Così sono partito e a dire la verità sono uno di quelli fortunati. Me ne sono andato al momento giusto. L’opposizione aveva ancora un certo peso nel paese, e arrestare un corrispondente del Guardian avrebbe di nuovo attirato l’attenzione internazionale. Il regime voleva proprio evitare che succedesse questo. In un certo senso mi hanno lasciato andare.

Quando sei arrivato a Londra le cose hanno subito preso una piega interessante…

Sì, direi di sì! Appena arrivato, sono stato contattato dall’emittente televisiva americana HBO che mi ha proposto di girare un documentario su Neda. La posta in gioco era alta perché dovevo tornare da solo in Iran. Alla fine ho deciso di andare perché volevo fare qualcosa per il mio paese. Mi sentivo in colpa: io ero qui al sicuro a Londra e molta altra gente veniva arrestata in Iran.
Una volta in Iran, ero di nuovo solo nel paese da cui ero scappato. Non è stato per niente facile avvicinare la famiglia di Neda: sono tuttora sorvegliati dalla polizia. Ma avevo il numero di telefono del fratello di Neda. Sono andato a trovarlo nel posto in cui lavora e gli ho chiesto se la sua famiglia fosse disposta a farsi intervistare.
Quando sono entrato nella sua stanza mi sono commosso. Mostrare il mio lato emotivo mi ha aiutato molto a costruire un rapporto di reciproca fiducia con i genitori di Neda. Diciamo che mi ha offerto una via d’accesso nella loro vita.

Che cosa ti ha colpito di più della storia di Neda?

Guardando tra le sue cose, facendo domande su di lei, mi sono accorto che Neda avrebbe potuto essere qualsiasi altra ragazza. Non era un’attivista, non era una ragazza estremamente politicizzata, era una delle tante ragazze di 26 anni scese in piazza a manifestare per la libertà dell’Iran. Al suo posto avrebbe potuto essere uccisa qualsiasi altra ragazza. Questa normalità mi ha molto colpito e ho cercato di renderla al meglio nel documentario.

Poi sei tornato a Londra scampando la sorveglianza all’aeroporto.

Sì, con 10 ore di registrazione nella valigia. Se mi avessero scoperto, sarebbe stata la mia condanna a morte! Arrivato a Londra ho finalmente realizzato, con HBO, il documentario, che ha avuto successo e ha vinto il premio come miglior documentario dell’anno all’ FPA – la Foreign Press Association.

E non solo il documentario è andato bene, no?

No infatti. La vera sorpresa per me è stata vincere il premio di giornalista dell’anno, che è il premio del ‘vincitore dei vincitori’. C’erano molti altri reporter, specialmente in zone di guerra, come Afghanistan e Iraq, e non credevo di poter competere con loro. Penso di aver vinto perché al momento l’Iran è un argomento molto sentito a livello internazionale, specialmente quando si tratta di diritti umani.

Qual è adesso il tuo rapporto con l’Iran?

Spero di tornare presto. Sono una persona molto legata alla famiglia, sento mia madre due volte al giorno e non vedo l’ora di poter tornare nel mio paese. Per il momento penso comunque di aver una grande opportunità per aiutare l’Iran da lontano, non capita a tutti di poter essere il corrispondente estero per l’Iran del Guardian!

Come si evolveranno le cose in Iran?

È difficile dirlo. Credo che la cosa interessante sia che gli iraniani hanno dimostrato di essere molto vivi e attivi. Non dobbiamo dimenticare che l’Iran si trova in una regione molto difficile: siamo in Medio Oriente e molte delle altre nazioni non sono affatto democratiche, pur fingendo di esserlo. Dopo le rivolte in Egitto poi la tensione si sta notevolmente alzando un po’ in tutta la regione. Appena due settimane fa ci sono stati due morti durante le proteste e il regime ha cercato di occultare la faccenda. Staremo a vedere.

*la foto, di Gianluca Mezzofiore, è stata scattata in ambito del dibattito
“Iran’s Green Revolution and the Arab Spring”, 1 giugno 2011

 

 

I 500mila di Ed Miliband – 28 marzo 2011

Margaret Thatcher Cameronizzata

“Questo governo sta cercando di riportare il paese agli anni ‘80”. Ha detto così Ed Miliband, leader dell’opposizione, durante il suo discorso alla manifestazione contro i tagli previsti dal governo Tory.

Il corteo, organizzato dal TUC – Trade Union Congress, l’unione dei sindacati – ha invaso le strade di Londra con una marea di persone venute da tutto il paese per protestare contro i tagli previsti dalla finanziaria presentata lo scorso mercoledì dal Chancellor of the Exchequer George Osborne – l’equivalente del nostro Tremonti.

“Alla dura crisi in cui tutti ci troviamo coinvolti, questo governo risponde con il motto ‘crescere, crescere, crescere’”, aveva detto il cancelliere durante il suo discorso alla camera. Ma la folla di inglesi che oggi ha sfilato da Embankment – a sud del Tamigi – fino a Hyde Park attraversando tutto il centro della città, ha evidentemente delle perplessità al riguardo. E non si tratta di una minoranza. Il TUC ne aveva previsti 300 mila, ma a fine giornata, secondo alcune stime, i partecipanti hanno sfiorato il mezzo milione. La protesta più grande a cui l’Inghilterra abbia assistito da quella contro la guerra in Iraq nel 2003.

Pensionati, famiglie, studenti, bambini, dottori, giornalisti, anarchici e socialisti, la manifestazione ha allargato il nucleo della contestazione iniziata lo scorso novembre dagli studenti universitari  – le cui tasse dall’anno prossimo saranno triplicate.

“Solo poche categorie sociali resteranno indenni dai tagli di Osborne”, dice Martin, 27 anni, che lavora in una biblioteca pubblica di Nottingham. Per il momento, Martin guadagna £15,000 l’anno, ma ha già ricevuto la notizia che le sue ore di lavoro saranno dimezzate dal mese prossimo. Come tanti altri presenti alla manifestazione si chiede come mai bisogna tagliare dalle fasce più deboli della popolazione quando “quelli che la crisi l’hanno causata se la caveranno con una scappatoia facile e sicura”.

L’ha detto chiaro e tondo dal palco anche Miliband: “queste misure economiche mirano a dividere il paese tra ricchi e poveri, tra pubblico e privato, tra nord e sud. Siamo qui oggi per dire a David Cameron che la gente che protesta oggi non è una minoranza, che questa è la Big Society“.

Il discorso del leader laburista, che in chiusura ha paragonato la manifestazione di oggi a quelle delle Suffragette, al movimento per i diritti civili in America e alla lotta contro l’apartheid in Sudafrica, è stato immediatamente contestato dall’Economist. Il settimanale ha criticato Miliband per aver infuocato una platea – “peraltro già tutta laburista” – mentre le prime violenze si stavano verificando poco lontano da lui.

Nel primo pomeriggio un gruppo di manifestanti – riconosciuto dalla polizia come una stretta minoranza- si era staccato dal corteo principale e aveva iniziato ad attaccare le sedi della HSB e Santander su Oxford Street e Shaftsbury Avenue.

Secondo il rapporto finale della MetPolice – il corpo di polizia di Londra – riportato anche sul Guardian, la manifestazione è stata “in larga parte pacifica” e alle 8 di stasera contava soltanto 9 arresti.

A lato delle recriminazioni e delle polemiche comuni a tutte le manifestazioni, rimane che il cosiddetto “Trident” formato da Cameron, Osborne e Clegg dovrà fare i conti con tutti quelli che i 500mila sceci in piazza oggi rappresentano.

Per vedere tutte le foto della manifestazione, cliccare qui

Questo articolo è stato pubblicato anche su 404- file not found, un blog di cultura e attualità su cui scrivo con un po’ di amici.

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